Vaso di Pandora

Il TeRP

Di recente ho partecipato ad un seminario interessante sulle illusioni e di quel che ne rimane, della legge180.

Sono passati 40 anni dalla sua entrata in vigore e la convinzione iniziale, che con la chiusura delleistituzioni sarebbe automaticamente scomparsa anche la disabilità e la cronicità della malattia mentale, oradeve fare i conti con i dati raccolti: nonostante l’abbattimento delle mura dei manicomi, nonostante iprogressi raggiunti nel campo della farmacologia, delle neuroscienze o dell’approccio cognitivocomportamentale, le guarigioni sono pari a prima.

Un risultato deludente specialmente se paragonato allealtre branche mediche, ad esempio con le infezioni in seguito alla scoperta degli antibiotici. Viene naturalechiedersi come affrontare la frustrazione e quale è il modo giusto per andare avanti.Spesso durate gli studi universitari in Tecnica della riabilitazione psichiatrica, per spiegarci il senso dei nostrifuturi interventi, ci veniva fatto l’esempio delle malattie organiche.

Mi ricordo il paragone con il diabete,che come tante altre malattie non è scomparso, non viene nemmeno chiesto ad un endocrinologo diguarire chi ne è affetto, solo di fornirgli degli strumenti affinché possano godere di una vita soddisfacente.In quest’ottica tutto cambia.

Per tornare sul tema centrale di quel che resta delle illusioni della 180 e prendendo spunto da una delleprime slide apparse: “non è peggio l’ignoranza ma la convinzione di sapere”, vorrei approfittare di questospazio per presentare la mia professione per smentire qualche falso mito che la accompagna.

Sulla scia del movimento che ha portato alla stesura della legge 180 nasce con il D.M. del 29 marzo 2001,n.182 la figura del Tecnico della riabilitazione psichiatrica in sostituzione di quella di “Tecnicodell’educazione e della riabilitazione psicosociale” istituita nel 1997.Lo stesso nome del nostro corso universitario: “il tecnico” richiama ad una cosa fredda e calcolata.

Difficilmente si crede, a sentire un nome così, che per i terp (così come per tutti gli operatori “psi”) lo strumento di lavoro più importante, senza il quale non può essere applicata nessuna tecnica e senza ilquale risulta vano ogni tentativo di intervenire positivamente nella vita dei nostri assistiti, è la relazione.

Senza la relazione non possiamo sapere in che cosa aiutare chi ci viene affidato, non possiamo sapere qualisono le sue attitudini, i suoi sogni e problemi, non possiamo porci obiettivi… quegli obiettivi a volte così minuscoli da non essere nemmeno notati, ma spesso invece così importanti per i nostri ospiti.Il terp lavora in ambito curativo-riabilitativo e il suo intervento si estende lungo l’intero arco della persona,dall’infanzia all’età avanzata.

Collabora alla valutazione della disabilità psichica e delle potenzialità delsoggetto, analizza i bisogni e le istanze evolutive e rivela le risorse del contesto familiare e socio ambientaledella persona. Opera in sinergia con altri professionisti sanitari al fine di sviluppare il massimo livello diautonomie personali e di funzionamento psicosociale e promuove l’acquisizione, da parte del soggettosvantaggiato, dei diritti di cittadinanza.Allora in che cosa siamo tecnici?

Per spiegarlo uso l’esempio del redancia system. Un sistema informatico inuso dalle strutture del gruppo Redancia, che nasce con l’intento di facilitare il lavoro degli operatori,renderlo più circolare, più facilmente decifrabile e condivisibile e con la speranza di rendere il nostro lavoropiù efficiente.

É diviso in moduli, nel primo vi sono dati anamnestici, servizio di riferimento i contatti deifamiliari e eventualmente dell’amministratore di sostegno o del tutore. In un’altra sezione dello stessomodulo troviamo la diagnosi psichiatrica, altre patologie esistenti, l’anamnesi e le schede clinicoriabilitative.

Si passa al diario con i decorsi giornalieri e le relative attività svolte. Vi sono delle sezioni apposite per segnalare eventuali contatti con i magistrati, con i servizi o familiari o eventuali riunioni delle mini-équipe.

Il modulo 4 è dedicato al progetto riabilitativo, alle verifiche e aggiornamenti. Ed infine ilmodulo 5 dedicato alla parte riguardante la salute fisica. La terapia farmacologica odierna e del passato, esami strumentali e consulenze esterne fatte con l’esito annesso, parametri vitali o terapia ad occorrenzasomministrata.

Tutto in un posto solo… con tutti i suoi moduli da compilare e le scadenze da rispettare.

Bisogna compilare il report settimanale, nel quale si riassume la settimana del paziente, come e se hadormito, come e se ha preso la terapia, come e se ha mangiato, se ha svolto mansioni, partecipato alleattività, in che modo si è relazionato con gli altri ospiti e con noi operatori e se i terzi sono stati collaborantinel progetto terapeutico. Una volta ogni tre mesi il report trimestrale, report semestrale con le schedeBPRS da compilare, le mappe psicodinamiche.

Tutte con scadenze ben precise e con presenza di aiuti visivi,come scritte colorate per aiutarci a ricordare che manca qualche dato. Una vera scocciatura quando si è di corsa!

Ma in realtà quando poi ti fermi a riflettere sulla frase di scriverci, ecco che ti torna chiaramente inmente il senso di quella “scocciatura” e ti rendi conto che in realtà è una gran fortuna avere una traccia… per ricordare cosa si è fatto, quando e come per cercare di non sottoporre i nostri assistiti ad ulteriorifallimenti e perché, si sa, ogni fallimento spiana la strada alla rinuncia, allontana dal senso di autodeterminazione e abbassa l’autostima.

La riabilitazione psichiatrica può essere definita come l’insieme di tecniche e di interventi utili a diminuiregli effetti della cronicizzazione del disagio psichico e a promuovere attivamente il reinserimento dellapersona nel contesto sociale e lavorativo di riferimento.

La riabilitazione presuppone la multidisciplinarietà,in quanto i contesti in cui il disagio psichico si manifesta sono diversi. Essa coinvolge la persona, la famiglia, la comunità e il territorio di riferimento.

E allora più che delle specifiche tecniche applicate, preferirei parlare dell’approccio tecnico: evitare pressapochismi e i “più o meno” e se si fallisce, ritentare partendo da ciò che non ha funzionato, ma alcontempo rivalutare di nuovo per evitare che la storia stessa del paziente diventi un motivo per nonriprovare.

In questo dovremo imparare dai sarti: ogni volta che ci vedono, ci riprendono da capo tutte lemisure.

L’approccio tecnico, ma al contempo basato sulla storia, per aiutarci a non scivolare sempre nel solitotranello, perché un conto è sapere che abbiamo spesso la tendenza di decidere con presunzione cosa èmeglio per i nostri pazienti, un conto è essere costretti ad interrogarci mensilmente su quello che si stafacendo, chiederci se sta funzionando, se è in linea con i desideri dei nostri assistiti, se hanno lamotivazione sufficiente per proseguire e sennò, il perché.

L’approccio tecnico, ma basato su convinzione che un cambiamento, anche piccolo, è sempre possibile, conle tecniche e strumenti orientati a rafforzare la parte sana, con la speranza che così questa diventi semprepiù rilevante nella vita dei nostri pazienti, mettendo la malattia gradualmente in secondo piano.

L’approccio tecnico anche rigido in certi aspetti, come nel fatto, che non vi sono progetti terapeuticipossibili se non sono condivisi con l’assistito, perché senza condivisione non vi è motivazione e quindi si èdestinati a fallire.

Ben vengano simili rigidità.E allora l’orientamento di ogni professionista “psi” perde l’importanza perché ci accomuna l’obiettivocomune: continuare a tentare e non perdere speranza.

Per concludere vorrei usare la frase di Zapparoli che mi risuona nelle orecchie dai tempi universitari: “…sono importanti gli interventi integrati fra il metodo di autocura del paziente, fra il nostro modo di curare e fraciò che ci viene chiesto dalla famiglia, ma sono invece davvero indispensabili gli interventi integrati fra lediverse professioni nell’ambito psichiatrico, dove per ‘integrate” si intende non tanto il lavoro comune, mauno spazio mentale nel quale il lavoro di ognuno è rappresentato nella mente del altro come ugualmenteimportante.”

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